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    L'orto naturale

    L'agricoltura naturale ha come scopo principale quello di coltivare cibo di qualità nel modo più naturale possibile, senza impoverire la terra e i contadini. L'agricoltura convenzionale moderna basata sulla chimica desertifica i nostri suoli, consuma enormi risorse e produce cibo di scarsa qualità. L'alternativa a tutto ciò non nasce dai moderni imprenditori agricoli ma da chi non si è voluto piegare alle logiche dell'industrializzazione della natura e ha reagito cercando nuove strade. Questa impresa difficilissima ha attirato giovani, persone stufe dei lavori stressanti o spinte da motivazioni ecologiche e salutistiche spesso. Le prime esperienze sono state spesso confinate in piccoli orti familiari, poi si sono pian piano diffuse e trasformate in realtà stabili e in grado di produrre cibo di maggiore qualità e con produzioni spesso comparabili se non superiori a quelle dell'agricoltura convenzionale ma soprattutto a fronte di costi diretti per il contadino di molto inferiori e rendendo i terreni maggiormente fertili.

    Riuscire a realizzare un orto naturale non è semplice soprattutto perchè non esiste un manuale con prescrizioni precise ed adattabile con gli stessi risultati a tutte le situazioni questo perchè la necessità di equilibrarsi con le condizioni pedologiche e ambientali è un fattore intrinseco fondamentale senza il quale l'orto naturale non potrebbe svilupparsi (vedi l'esempio di un orto familiare). Dai primi passi fatti da Fukuoka, Hazelip, passando per la biodinamica, il sinergico e la permacultura il filo conduttore che segna la storia dell'agricoltura naturale è il ripudio della chimica, la minima lavorazione e l'attenzione verso il suolo per ottenere un terreno ricco di biodiversità e in equilibrio con l'ecosistema.

    Prima di poter coltivare in modo naturale un terreno deve tornare sufficientemente fertile, quindi bisogna prevedere un periodo di conversione più o meno lungo a seconda delle condizioni in cui lo si prende in carico.

    Caratteristiche e scelta del terreno: tessitura, grado di humificazione e biodiversità sono fattori fondamentali da conoscere, controllare e migliorare continuamente. Per la scelta è importante conoscere anche la storia delle pregresse coltivazion perchè i terreni possono essere stati sfruttati e trattati con diserbanti o pesticidi. Il disciplinare dell'agricoltura biologica ad esempio autorizza ad apporre il marchio di cibo biologico dopo una conversione di 3 anni ma è solo una certificazione di carta che può non avere niente a che vedere con la reali condizioni di salute e fertilità del terreno. La scelta del terreno più adatto dipende anche dal tipo di coltivazione che si vuole avviare e dal clima della zona. Bisogna valutare anche l'accessibilità al fondo, la presenza o meno di recinzioni, la disponibilità di acqua per irrigare specie nei primi anni di conversione, l'inclinazione, l'esposizione al sole, la protezione dai venti.

    Conversione del terreno: è un processo di fondamentale importanza e può essere correlata al metodo e alle colture che si vogliono coltivare subito e in futuro. Bisogna cercare di identificare e concentrare in questa fase tutte le lavorazioni più invasive di modo che nel corso degli anni successivi non saranno più ripetute alterazioni pericolose del suo equilibrio. Questa fase può durare anche molti anni (da 3 a 10) e la sua durata è proporzionale al degrado qualitativo inziale.

    Preparazione del terreno: è un attività che potrebbe essere lasciata fare alla natura ma richiederebbe anche molte stagioni prima di arrivare ad ottenere condizioni soddisfacenti di ph, humificazione, tessitura e diradamento (mai eliminazione totale) dalle erbe meno interessanti. Più un terreno manifesta biodiversità e minori saranno gli interventi di cui avrà bisogno. L'agricoltura conservativa usa spesso le leguminose per la copertura (erba medica e il trifoglio ladino) che servono anche da contenimento delle erbe non interessanti oltre che per rilasciare sostanze utili alle colture successive o per intercalare tra una cultura e l'altra. Per le colture estensive si può lasciare a maggese per un anno e nella primavera successiva allettare (tramite rullatura o trinciatura) prima della mandata a seme per evitare la trasemina delle infestanti e per formare una prima pacciamatura ricca di biodiversità. Se le condizioni del terreno sono pessime si può ripuntare a bassa profondità, in modo da arieggiare leggermente e non alterale troppo i microclimi profondi. Di base bisognerebbe sempre  scegliere il metodo meno invasivo, più sostenibile e compatibile possibile rispetto alle esigenze. Se è necessario un intervento più profondo l'operazione va fatta una tantum e non deve ripetersi più negli anni seguenti. Nell'orticoltura i terreni molto duri e pesanti possono essere inizialmente alleggeriti con sabbia di fiume, torba o composta naturale oppure rialzando aiuole per le colture invernali in modo da favorire anche un miglior drenaggio del suolo. A differenza dell'agricoltura tradizionale che prevede una concimazione con letame, composta o fertilizzanti chimici prima della semina o dell'impianto, in agricoltura naturale se si accettano rese inferiori nei primi anni di conversione del terreno alla fertilità, si può evitare di concimare, provedderanno le stesse infestanti a pacciamare, alleggerire e concimare il terreno.

    Per aumentare la fertilità del suolo sono state sperimentate alcune tecniche:

    • tecnica dell'allettamento: lasciar riposare a maggese per il primo anno e nell'anno successivo seminare a dimora sull'allettamento di primavera successiva le cerealicole o le leguminose.

    • tecnica del cippato (vedi BRF): interramento o pacciamatura di pezzetti di legni adatti triturati per favorire il ricrearsi delle condizioni humiche  migliori

    • Microrganismi Effettivi EM e micorrize: inoculo di un cocktail di microrganismi simbionti capaci di creare le condizioni per una aumentare l'efficienza di assorbimento degli apparati radicali

    Nelle situazioni ambientali più difficili, nei terreni aridi o in pendenza considerare l'impianto di siepi per delimitare gruppi di parcelle e terrazzamenti questo per realizzare una naturale ed erfficace barriera ai venti, alla luce estiva, all'involo dei parassiti, un sicuro rifugio per gli uccelli e insetti utili.

    Per i terreni in pendenza l'uso dei canali di scolo (hugelkulture) sulle curve di livello riempiti o meno di cascami e scarti di potature e sfalci contribuisce a mantenere l'umidità e, come le siepi a ridurre il ruscellamento e il dilavamento.

    Semina: è forse la parte più difficile perchè è molto difficile indovinare il tempo e la modalità di semina per non rischiare marciumi oppure che il seme non si distribuisca bene. E' fondamentale procurarsi semente naturale, ancestrale e abituata al clima della zona. Meglio evitare sementi frutto di selezioni commerciali, ibridazioni F1 e gli OGM. La semina può essere fatta in semenzaio o direttamente a dimora. La semina su sodo (direttamente a dimora su terreno incolto non vangato) inizialmente potrà non dare risultati apprezzabili per ovvi motivi di inesperienza e di competizione tra varie specie e di incompleta conversione  del terreno. In molti casi è utile non seminare a file ma a spaio. Nell'orticultura se il terreno è duro o pesante andrebbero seminate dapprima colture (come i ravanelli, carote) che aiutino a frantumare un pò il terreno. E' consigliata la consociazione di specie simbiotiche. Le piante che fioriscono per prime andrebbero portate a semina e non usate come cibo. Esistono realtà che sono riuscite a conservare specie autoctone antiche che ora distribuiscono al pubblico.

    Coltivazione: la sfida di una coltivazione senza trattamenti chimici, fertilizzanti nè lavorazioni del terreno comporta meno spese ma anche parecchi grattacapi per chi è all'inizio di questa esperienza in quanto vengono stravolte tutte le più consolidate convinzioni dell'agricoltura tradizionale. Terreni poveri possono essere arricchiti con l'inoculo di micorrize (funghi simbionti delle radici) al momento della semina o del trapianto. La coltivazione degli ortaggi su terreno naturalmente fertile può dare parecchia soddisfazione al palato se si ha l'accortezza di consociare bene, seminare anticipando le erbacee concorrenti, diradare manualmente all'inizio della germinazione e pacciamare con paglia durante i periodi caldi senza interrare per evitare la formazione di sostanze nocive per le radici. Le annaffiature vanno diminuite progressivamente in base alle reali esigenze delle piantine. E' da preferire l'idratazione a goccia da raccolta di acqua piovana rispetto al getto di acqua fredda salificata di un pozzo. Se la semente è rustica resiste meglio agli stress idrici e climatici in generale. Sono quindi sempre da preferire semi vecchi autoprodotti del posto. Una percentuale sufficiente di piantine va portata a seme per aiutare il microbioma del sottosuolo a compiere un ciclo completo. Alcuni tagli per raccogliere il cibo possono essere parziali per non interrompere del tutto il ciclo vegetativo.

    Il terreno è arricchito dalle stesse coltivazioni e più si coltiva in modo naturale e più il terreno si arricchisce. Si può ricoltivare una coltura sulla stessa coltura, insalata su insalata ad esempio. Se la coltivazione è fatta in modo naturale il terreno difficilmente si impoverirà se non su lunga scala. Qualsiasi lavorazione del terreno produce perturbazioni nella concentrazione e nella forma dei composti (etilene, ossigeno, azoto, ferro) e di consenguenza anche negli organismi presenti. Queste alterazioni sono differenti rispetto a quelle che si hanno nei cicli naturali dei terreni lasciati a riposo. Imparare a conoscere e riconoscere queste differenze migliora il rendimento a patto di assecondare l'inclinazione naturale dell'ecosistema del posto.

    Sia che il terreno provenga da anni di coltivazioni intensive o che sia stato lasciato incolto bisogna mettere in conto che i primi raccolti non potranno raggiungere quantità e qualità comparabili con quelle dell'agricoltura convenzionale prima che sia stata completata la conversione alla fertilità.

     

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